TRA MISTERO, FEDE E ARTE

TRA MISTERO, FEDE  E  ARTE

Dott. Luciano De Felice animatore della storia e cultura

GUIDA ALL’INTERPRETAZIONE STORICA

DEGLI EDIFICI SACRI ESISTENTI E NON

 NEL CASALE BANZANO DI MONTORO

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         PROLOGO          

Il sacerdote Domenico Scoppa, nel 1731, scrisse e diede alle stampe un opuscolo di devozione: “Pagine sacre e note montoresi”. A quell’epoca, secondo lo Scoppa, nel Casale Banzano vi erano “due chiese e una cappella”. Così scriveva:- 1) Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Valentiniano, retta e governata (nel 1731) dal Sig. Di Gennaro Barbarisi. Accanto ad essa vi era l’Oratorio della Confraternita della SS. Trinità governata dai Sig.ri Uffiziali, eletti dai confratelli. 2) La chiesa di S. Rocco “ius Patronatus”, dentro la quale vi stava la confraternita del detto Santo, governata, “da Mastri e Governatori eletti ogni anno nel dì delle festività del suddetto Santo per pubblico parlamento dei cittadini del medesimo Casale.” In essa vi era l’immagine con la reliquia di San Rocco e l’immagine della B.V. del SS Rosario. 3) la cappella di S. Maria di Costantinopoli, edificata dall’antica famiglia Balsamo. Tra i benefici semplici vi era un “ius Patronatus” della famiglia Della Ragione sotto il titolo di S. Antonio di Padova. – Abbiamo usato la testimonianza dello Scoppa del 1731  sia per la catalogazione degli edifici sacri del Casale Banzano che per le relative considerazioni. Infatti nella seconda metà del ‘700 fu costruita un’altra cappella, presso l’antica dimora del notaio Giovan Sabato Pastore, dedicata alla Immacolata Concezione “iure patronato” prima della famiglia Gisolfi, poi delle famiglie Balsamo e Salerno. Questa piccola costruzione di linea classica con un bel portale di pietra di Castelvetere (AV)  è stata da poco restaurata  e gli eredi della famiglia Salerno hanno trasferito la proprietà nella disponibilità della Parrocchia facente parte della Arcidiocesi di Salerno. All’interno viene conservata sulla destra una pregevole statua di S. Michele Arcangelo (se ne parlerà a lungo in seguito), proveniente (per parentela con la famiglia Salerno) dalla cappella dei Galdieri di Villa di Fisciano (SA) e sulla sinistra una interessante tela di S. Maria di Costantinopoli – (Sappiamo che tale soggetto sacro attinge –lasciando la Vergine in un trono di nuvole con bambino sulle ginocchia e circondata da angeli – ad un sempre diverso contorno di santi con le  loro peculiarità e attributi). Il quadro, Pala d’altare Maggiore della predetta omonima cappella, appare di fattura  e impostazione pittorica simile alla “Visione di S. Cirillo di Alessandria” di Angelo Solimena conservata in “cornu episcopi”- (parete destra  del presbiterio di S. Domenico di Sora a Solofra). Altra significativa analogia si può cogliere tra queste due composizioni ed il dipinto “Madonna in trono e santi” conservata nella Quadreria “Emo Capodilista” di Padova. L’autore, Francesco Solimena (Canale di Serino 1657- Barra di Napoli 1747) era figlio di Angelo, a sua volta allievo di Francesco Guarini,  e, da Venezia a Madrid (ove lavora) esibisce i canoni presenti in Banzano. La Pala di S. Maria di Costantinopoli fu recuperata, con altri quadri e arredi (attualmente anche questi nella cappella dell’Immacolata), dall’ammiraglio medico Ettore Ringoli, erede – per parte di madre Salerno – con altri familiari, anche della cappella di S. Maria di Costantinopoli (quella citata dallo Scoppa) che, diruta e abbandonata, era ubicata all’incirca dove nell’attuale piazza Stanislao Sabino si trova adesso un gazebo colorato. Questa cappella deve essere ricordata per il gradevole impatto che conferiva al Casale Banzano prima che fosse abbattuta per dubbi motivi di viabilità. E si deve in quella circostanza il provvidenziale intervento dell’amm. Ringoli. Infatti fino alla fine degli anni’60, la cappella prima di essere distrutta, era collegata da un suggestivo arco, usato per passetto e matroneo, alla casa della famiglia Balsamo. Tale arco era obbligatorio per accedere all’antico rione Tuori, demolito anch’esso in parte e ricostruito con criteri altri rispetto al passato. Benché non tocchi a questa catalogazione di edifici sacri esprimere giudizi, l’aspetto del villaggio Banzano, ove essi erano ubicati, è stato, nel corso degli anni, completamente stravolto. La campana della cappella di S. Maria di Costantinopoli fa sentire i suoi rintocchi nel Cimitero di Banzano e per quanto attiene la discussa presenza di una cappella dedicata al Santo di Padova, al momento, non ci è dato di sapere. In appendice si precisa che lo “Jus Patronatus” era un diritto alto medievale (abolito nel XVIII sec.) concesso sul mantenimento (con relativi oneri e rendite) di un altare di una chiesa ad una famiglia.           

Ipotesi sull’etimologia del Casale Banzano

Il nome del casale è noto da un documento del 1020 e ricorre ancora nel 1058: ”in locum muntoro ubi banzanum dicitur”. Il sacerdote Antonio Flodiola (Preturo di Montoro 1858-1914) nella sua opera “Notizie di Montoro”, Matera tip. –La Scintilla- 1906; per spiegare l’etimologia del casale, probabilmente commette un errore. Infatti fa derivare Banzano dalla lingua italiana e scrive: “Banzano, leggi Bensano” senza tener conto che nel XI secolo, l’unica lingua parlata, anche se corrotta, era il latino. Lo storico Aurelio Galiani, nel suo volume “Montoro nella storia e nel folkrore”, annota: “Banzano, ben sano, per la salubrità dell’aria, per le limpide acque e per il vino squisito e di pregio”. Il Prof. Francesco Scandone di Montella nella sua “opera omnia” sui paesi irpini –ritiene che l’origine del casale si deduce da “Bantianus fundus”- terreni di una certa famiglia Bantia. Il dott. Vincenzo D’Alessio di Solofra, ha accettato tale interpretazione sostenendo: “per Banzano riproponiamo la medesima ipotesi di un “Bantianus” cioè abitante di “Bantia”. Il dott. Pietro Ottavio Fiore nel suo saggio “Montoro- ipotesi di lavoro sulla protostoria e sull’etimologia di Montoro e dei suoi casali”, Ed. La Ginestra 2001 – in una nota afferma: “da rilevare però che Bantia era una città fondata dai greci in Lucania. Ancora oggi la città si chiama Banzi. Lo storico, suffragando l’ipotesi di un etimo greco, rileva che, nel V-VI durante le guerre greco-gotiche, a Piazza di Pandola (località Campo dei Greci) erano tenuti i prigionieri di guerra. A Preturo vi era il comando dell’esercito greco. Caliano era il deposito delle granaglie (in lingua greca: kalìa=grano). 

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CHIESA PARROCCHIALE DI S. VALENTINIANO

 In un atto del 1143 oltre al casale viene citata anche una chiesa “in banzana prope ecclesiam sancti Brattiniani” in altra parte dello stesso documento è detto però “sancti valentiniani”, che è lo stesso nome del ruscello che scorre nel vallone adiacente. Un documento dell’archivio di Montevergine del 1227 informa che un certo Roberto, rettore della chiesa di S. Valentiniano, costruita in Montoro nel luogo detto “Balzano”, nell’ottobre di quell’anno fitta a Giovanni Peracotta un terreno nella contrada “Toro” presso la chiesa. Ancora oggi esiste un fondo e una località chiamata “Tuori”. Alcuni storici ritengono che il toponimo Montoro abbia un riferimento a “torus” che in latino ha il significato di “rialzo” o collina di avvistamento. Nel 1309 la chiesa di S. Valentiniano ha rettore: l’Abate Giovanni de Surrento, ed è cappellano Rizzardo de Berardo.  Nel 1382 al suo interno viene eretta la cappella di S. Maria di Loreto in patronato della famiglia Conis o Cogna. Dalla relazione della visita pastorale del 1511 si apprende che la chiesa parrocchiale di S. Valentiniano ha il Santissimo, gli oli santi ed il fonte battesimale. Durante la visita del 1576 l’arciprete don Andrea di Lauro, cappellano da circa cinque anni, afferma che nella sua parrocchia: “per grazia di Dio, non c’è nessuno che sia eretico, scismatico, adultero o concubinario, che mi sono forzato farli essere homini da bene”. Nella visita del 1581 cappellano è don Felice Cuoco. Il Santissimo è riposto all’altare maggiore in un tabernacolo d’argento con ostia “magna e particole, con ogni sorta di honore et reverentia” possibile, con corporale “mondo, nuovo ed in tutto purissimo accomodato”. Nel fonte battesimale in marmo “puro e netto” si trovano gli oli per il “crisma” e per gli infermi. Nella visita del 1625 la chiesa ha parroco e rettore distinti e una rendita di 60 ducati, di cui 9 spettanti al rettore. I fedeli adempiono il precetto pasquale. All’altare maggiore vi è la confraternita della SS.ma Trinità, eretta il 31 marzo 1592. La confraternita ha una rendita di circa 50 ducati con l’onere di 20 messe. Viene visitato anche l’altare di S. Antonio di Vienne, di patronato della famiglia Balsamo, con concessione del 9 maggio 1597. La chiesa ha pure l’altare di S. Maria dell’Arco e la cappella di S. Maria della Concezione. Il 28 aprile 1658 è parroco don Giovanni Battista Caliano, subentrato al defunto don Cipriano Cuoci. La chiesa parrocchiale di Banzano è dedicata a S. Valentiniano, secondo il “Liber confratum” presso l’Arcidiocesi di Salerno quarto vescovo della città, dopo S. Bonosio; S. Grammazio (+490); e S. Vero. La volta della chiesa espone un interessante affresco, opera del pittore molisano Francesco Palumbo –XVIII sec.), un raro esempio di tale tecnica che andrebbe opportunamente restaurato e rivalutato.                 

Argomentazioni storiche sulle pievi scomparse nell’ambito parrocchiale.

Il cognome più comune a Banzano è: Penna. La probabile origine è da riferire al cosiddetto “pennatone” ossia una tettoia, una rimessa o una copertura   in caso d’intemperie:  per uomini, armenti, foraggio e attrezzi agricoli. In altre zone di Montoro lo stesso tipo di rifugio è denominato “scappettone”, da non confondere con il “pagliaro” o il fienile. Quando l’agricoltura non era meccanizzata ed era l’unica fonte di sostentamento, non sempre agevolmente  si poteva raggiungere dai campi coltivati la chiesa parrocchiale, pertanto le cappelle, le pievi (ossia le chiese rurali) custodivano il Santissimo e permettevano al sacerdote di poter visitare anziani, disabili e infermi nelle più lontane masserie. I casali in epoca medievale, a volte posti oltre i 400 mt. d’altezza, per evitare la malaria delle zone acquitrinose, si arroccavano invece, con pochi caseggiati, attorno alla chiesa parrocchiale che scandiva la vita della popolazione: dalle nascite, ai matrimoni, alle morti.

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ANALOGIE NEL CULTO DEI SANTI NEI CASALI DI BANZANO E BORGO

Una cappella non più esistente di S. Margherita nel territorio del Casale Banzano è ricordata in un documento dell’archivio di Montevergine. È registrata nel luglio 1233 nelle pertinenze di Montoro nel luogo detto “Verzano” o “Berzano”. Nel Repertorio delle visite pastorali nel 1581 risulta aperta, mal ridotta e profanata. In località Mercatello del Casale di Borgo di Montoro esiste tuttora una cappella dedicata a S. Margherita e pertanto, come faremo di seguito per analogia alla peste in riferimento  al culto popolare di S. Pantaleone e S.Rocco, è necessario chiarire i rapporti di vicinanza tra il Casale di Borgo e di Banzano. Borgo (dalla radice tedesca: burg – derivata dal latino “suburbius”, sobborgo), nasce come pertinenza sottostante il castello longobardo. Lì, in epoca medievale, vivevano i contadini e gli artigiani addetti alla manutenzione del maniero. Il casale di Borgo poi si estese, con l’agglomerato del Mercatello, verso la piana di Montoro (una antica tradizione, oggi non più in essere, trasferiva in solenne processione, nel giorno del “Corpus Domini”, la Sfera con il Santissimo, dal Casale di Piano a quello di Borgo). All’opposto: sulle colline sovrastanti Borgo si costituirono altri casali che attualmente non esistono più: Castello, Pesculi, Fontana Vetere. Probabilmente questi casali furono falcidiati dalle epidemie di peste che imperversarono nel montorese dal XIV al XVII sec. I pochi superstiti dovettero migrare sulle colline ancora più in alto e stringersi attorno alle mura della chiesa madre del preesistente Casale Banzanello. Qui il culto proveniente da Borgo per S. Pantaleone (assimiliabile, nel supplizio delle frecce, a quello di S. Sebastiano), fu associato a quello emergente e autoctono per S. Rocco. Infatti nella chiesa parrocchiale di S. Valentiniano merita considerazione il portale di travertino alla porta grande, eseguito nel 1619, dal maestro piperniere intagliatore, Giacomo Antonio Pacifico da Mercato San Severino, che lo modellò sul disegno del portale dell’Oratorio -descritto di seguito- dei SS. Rocco e Sebastiano del Casale Banzano (Arch. Not. Avellino,Prot. Not. Pietrantonio Balzamo, n°150, sala XVII, atto 4 gennaio 1619, fol. 14). Identica associazione di culto popolare avvenne per le cappelle di S. Margherita. Sia al Mercatello di Borgo, ove, seppure modificata, sussiste tuttora; che in località “Lunara” nel tenimento di Banzano.

Appendice al paragrafo terzo: Il tiglio del Mercatello di Borgo e l’ara dedicata alla luna di “Lunara” di Banzano nelle edificazioni di cappelle dedicate a S. Margherita in rapporto allo studio del folklore montorese.

Nei tempi antichi era credenza comune che le streghe dette dalle popolazioni locali: “janare”  (dalla radice latina janua=porta, in riferimento alla superstiziosa possibilità, per alcuni esseri, di “attraversare” il mondo fisico per “entrare” in una dimensione occulta), procurassero malefici e sortilegi. Ancora oggi la contrattura improvvisa dei muscoli dorso-lombari, a causa di una lombo- sciatalgia acuta, viene detto “colpo della strega”. Si immagini  un contadino chino sul solco del podere, che venga apostrofato o semplicemente salutato da qualcuno. Se non fosse riuscito a rialzarsi per un dolore violento, di sicuro ne avrebbe attribuito la causa al malvagio, diabolico potere dell’incolpevole, occasionale interlocutore. A Montoro si diceva che, la notte di ogni venerdì, con i soffi del vento, spiriti immondi giungessero da Benevento e si raccogliessero nel centro del rione Mercatello di Borgo e in località Lunara di Banzano. Nei pressi del villaggio di Borgo con decreto del re Carlo II d’Angiò, per concessione fatta al feudatario Bartolomeo Siginulfo, fu istituito nel 1305 un mercato per cui il luogo fu, da allora, chiamato Mercatello. Il posto tuttavia aveva una sinistra fama.  Infatti la tradizione montorese vuole che un conte-vescovo  esercitante, secondo il costume normanno, lo “jus primae noctis” (diritto della prima notte), fosse stato ucciso dalla famiglia offesa di Melchiorre Ragno, del villaggio di Borgo o del casale di Vigna Veterana. La stessa tradizione vuole che il feudatario, mentre vestiva i sacri paramenti, fosse, nel giorno di Pasqua, sorpreso mentre celebrava la messa al castello e, introdotto in una botte chiodata, precipitato lungo la rupe del castello, finché il cadavere non si schiantò contro un tiglio nel luogo che sarebbe stato chiamato successivamente “Mercatello”. Per tale, per quanto giustificato, sacrilegio, la terra di Montoro sarebbe stata scomunicata, fino a quando su istanza del Cardinale di Napoli: Oliviero Carafa, fratello di donna Isabella, contessa di Montoro, l’assoluzione venne concessa da Papa Leone X. In espiazione i montoresi  “in perpetuo”  s’impegnarono ad una solenne  penitenziale con il Santissimo in processione da Piano a Borgo (vedi paragrafo 3- tuttavia da tempo, per beghe tra i casali, la penitenza è in disuso).  Anche il tiglio del Mercatello, dove secondo l’antica narrazione  si sarebbe fracassata la botte chiodata, ha una preminente importanza nei versi popolari che di seguito si riportano:

“Sott’acqua e sotto ‘o viento

da le nuci ‘e Beneviento;

co l’acqua e senza mbriello

sotto a teglia rro Mercatiello”.

È da rilevare che il tiglio, a prescindere dalle qualità botaniche, assomma diverse specificità: la Madonna del Soccorso appare sotto le sue fronde; le stesse sotto cui ballavano i “cappelli frigi” dei “sanscoulottes” della rivoluzione francese del 1789, così come importata e testimoniata dal tiglio, ancora esistente, in piazza dell’Annunziata a Piano di Montoro.  Sembrerebbe che il  tradizionale sabba svolto sotto il noce di Benevento abbia appendici nella valle di Montoro. Qui, ovviamente,  come albero adatto ricompare  il tiglio. Forse lo stormire delle soffici foglie evocavano misteriosi schiamazzi notturni che i superstiziosi abitanti dell’epoca  interpretavano come diaboliche presenze. L’insieme comunque dei vari elementi giustificano la presenza di una cappella votiva a difesa dalle streghe presso il tiglio del Mercatello. Il sito nel corso del tempo è profondamente cambiato. Esattamente alla via S. Margherita del rione Mercatello del villaggio Borgo esiste una moderna cappella consacrata alla Santa che una targa indica come restaurata da una famiglia locale. Nei primi decenni del ‘700, il già citato benemerito arciprete D. Domenico Scoppa scrive che la cappella è priva di rendite ed appartiene alla giurisdizione della parrocchia di S. Felice. Per l’analisi comparativa tra culti analoghi nel montorese ricordiamo una pregevole antica tela che, come tanti reperti artistici di rilevanza storica mai catalogati, è andata perduta. Raffigurava la Vergine con il Bambino con ai lati S. Margherita e S. Elena e, nella parte bassa del quadro, tre figure effigianti tre conti di Montoro, forse della famiglia Zurlo. Per interpretare il culto di Santa Margherita è necessario localizzare correttamente il sito Lunara di Banzano. Scrive infatti il prof. Francesco Scandone, “Storia”, II, p. 1^, 77:- “… Il nome “Lunara” deriva da un’ara dedicata alla luna. Nel Medio Evo, volendo cancellare forse il ricordo pagano, si ricorse ad una falsa etimologia, sconosciuta finanche nella pronunzia popolare, come se a radice della parola non fosse “luna” ma “leo” …”-. Il cognome Leo o Di Leo o De Leo è abbastanza diffuso nel montorese soprattutto nei villaggi di Torchiati, Misciano, S. Pietro e Aterrana (qui è notevole il palazzo De Leo). Procedendo nell’analisi si nota che tale cognome s’irradia a semicerchio dalla contrada Sala il cui epicentro è proprio “Lunara”. La contrada “Sala” si estende sul versante della collina che collega i casali di Torchiati e Banzano. Dal sottostante torrente Solofrana fino in cima alla località Padula di Banzano, a mezza costa “Lunara” rappresenta una specie di terrazza naturale sulla valle montorese prospiciente il pizzo S. Michele. Una  considerazione: “Sala” è un toponimo longobardo per intendere un luogo di riunione tribale, si  ricordi: Sala di Serino, Sala Abbagnano o Sala Consilina e il cognome “Sala” a Montoro. Gli antichi dominatori di Montoro: i guerrieri longobardi stabilivano la “Sala” in genere presso un grande albero frondoso che, a volte, distingueva una contrada, come nel caso del villaggio S. Pietro, col nome “Lioni”. La radice dell’etimo potrebbe riportare a “Lunara” confinante con il villaggio S. Pietro tramite la contrada “Vaccheria” condivisa col villaggio di Banzano. Fatta questa osservazione, è necessario esaminare la terrazza naturale denominata “Lunara”. Il terrazzamento è sfruttato dalla strada ferrata e vi è anche una piccola stazione ferroviaria, in più viene usata dalle reti di comunicazioni per antenne illuminanti buona parte della valle montorese- solofrana. Chi procedesse, superato il Cimitero, dal villaggio di Banzano verso S. Pietro noterebbe, raggiunta la località “Caggiana” l’importanza che doveva avere per gli antichi abitanti di Montoro l’attiguo sito di “Lunara”. Oggi, guardando in basso, si scorge il nastro super stradale e la stretta del rione “Chiusa” che divide come il nodo di un “8” la valle di Montoro da quella di Solofra. Il versante opposto a “Lunara” è dominato dal pizzo S. Michele, una delle tre cime dei monti Mai, propaggine delle creste Picentine del sub appennino dauno. La luna sorge, invariabilmente ad Est, ossia tra il Monte Pergola (valico naturale con la valle di Serino) e il sito della Scorza di Solofra; poi l’astro lunare di notte, seguendo l’analoga linea giornaliera del sole, tramonta ad Ovest verso il mare di Salerno. Ebbene il miglior punto di osservazione  per le varie fasi lunari, per gli antichi abitanti della valle solofrana-montorese era (ed è) proprio la località detta “Lunara”. Il calendario, i lavori agricoli, la vita intera di una lontana comunità si basava sull’indagine astronomica la quale, seppur mediata da sacerdoti, finiva per sconfinare nella magia e nella superstizione. I riti nordici celtici (druidici) o longobardi (germanici), ma anche il mondo greco-romano era fortemente influenzata dal culto della luna come divinità. La famosa maga Medea ne era un’adepta e la vergine Artemide (Diana) assieme a Mercurio (da cui deriva il toponimo Mercogliano) raffigura il culto associato del sole e della luna, interpretato in chiave cristiana da S. Guglielmo da Vercelli, con il posizionamento astronomico, del Santuario di Montevergine. Quindi è ragionevole, per quanto riguarda “Lunara” e il culto di S. Margherita nel montorese, la posizione del prof. Scandone sulla progressiva sostituzione dei canoni pagani con liturgie cristiane.                 

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CONGREGA DELLA SS. TRINITA’ IN BANZANO

Annessa alla chiesa parrocchiale di S. Valentiniano è la Congrega della SS. Trinità. L’impianto architettonico dei due edifici sacri ha una importanza storica notevole. Sia per l’originale paesaggio  costruttivo che per l’attuale scenario abitativo della zona. Il portale della chiesa parrocchiale si apre su un esteso orizzonte e permette di godere, a chi lascia la casa di Dio, la visione panoramica della sottostante conca montorese e pertanto si posiziona verso Ovest, avendo il corso del sole sugli ampi finestroni laterali che sovrastano il tetto della casa canonica attigua alla chiesa. La Congrega, edificata sul lato Est dell’abside e opposta alla torre campanaria, si apre verso la silente e amena collina di Tuori,  invitando, così come da missione e da stemma, a riflettere sulla caducità della vita umana. Nel corso dei secoli l’ambiente e lo sfondo in cui ineriscono i due edifici sacri è stato, colpevolmente, modificato. È già stata fatta una disamina sull’orientamento astronomico delle chiese. Tutte, nessuna esclusa, sono state costruite con un significato che non è possibile ignorare. Dal Tempio di Salomone in poi (900 a. C.), l’architetto era al contempo: sacerdote, astronomo e geometra. Così lo spirito dell’Essere pervade la materia degli edifici sacri: dal mondo greco-romano all’Islam, dalle altre religioni fino alla filosofia di Heidegger. L’esempio del Casale di Banzano è indicativo sia in termini positivi che negativi. A fronte dell’incantevole “genius loci” della parrocchia e della congrega, lo sfondo s’avvinghia in una morsa di desolazione e degrado. Interi quartieri costruiti senza alcuna regola o amenità tolgono spazio agli occhi, alla mente e al pensiero di Dio. La Congrega della SS. Trinità vanta un’antichità quasi pari a quella della omonima  Congrega della SS. Trinità dei Pellegrini di Napoli. Papa Paolo III Farnese, dopo aver indetto il Concilio di Trento, indisse,  nel 1550, il X Giubileo. A Napoli fu edificato nella zona detta della Pignasecca, un ostello per i pellegrini che, nel raggiungere la Cattedra di Pietro, volevano pregare sulla tomba dell’Evangelista Matteo a Salerno o sostare, sui passi dell’Apostolo Paolo, nei Campi Flegrei di Pozzuoli. Tra i promotori del ricovero partenopeo vi era il Canonico del Duomo di Napoli: Giulio Cesare Mariconda, originario di Montoro. Egli volle, avendo parentela con la già ricordata donna Isabella Carafa, Signora di Montoro, edificare nel 1574, un edificio sacro a perfetta somiglianza con quello napoletano che attualmente funge da Cappella Maggiore dell’Ospedale dei Pellegrini di Napoli.

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L’ORATORIO DEI SS. ROCCO E SEBASTIANO

OVVERO

LA CHIESA DI S. ROCCO DEL CASALE BANZANO

La Bolla papale della seconda metà del XIV sec. di Clemente VI, conferiva a S. Sebastiano la tutela spirituale contro la peste nera che all’epoca imperversava. Per analogia di supplizio tra i santi Sebastiano e  Pantaleone, attinti entrambi dalle frecce in stazioni linfonodali, nel montorese s’invocava Pantaleone in caso di pestilenza. Quando la peste da bubboni multipli evolse verso la forma a nodosità unica, S. Rocco, a partire dalla fine del XV, assolse anch’egli al patronato per la guarigione dalla morbosità. Di conseguenza dal Casale di Borgo il culto del medico-martire di Nicomedia s’integrò, nel Casale di Banzano, con quello del santo di Montpellier. La diffusione della devozione a S. Rocco si espanse con la moria avvenuta sulle colline di Borgo a causa delle ricorrenti epidemie. I superstiti si raccolsero prima a Banzanello attorno alla chiesa madre e poi in Banzano  lungo quella che, da allora, si sarebbe chiamata “via nova o nuova”. Da quell’epoca e fino ai nostri giorni, il nucleo del Casale si sarebbe spostato verso questa via con al centro la chiesa di S. Rocco. Una pregevole tavola in legno del XVI raffigurante i SS. Rocco e Sebastiano conservata nella chiesa di S. Andrea Apostolo nell’omonimo casale solofrano dimostra, non solo l’identità tra i culti di Sebastiano e Rocco, quanto la vicinanza storica e geografica tra i due casali seppure attualmente appartenenti a diverse municipalità. Il motivo è da ricercare nei toponimi ormai in disuso. Infatti la strada che collega i casali di Banzano  e S. Agata Irpina ( al di sopra del quale insiste il casale di S. Andrea),  inizia dalla parte del casale montorese con la località Padula (palude), così come l’altra estremità della “via nuova” si chiama località “Pantano”, ciò, ragionevolmente, fa presupporre che in antichi tempi Banzano si collegasse più facilmente a S. Agata (che per un certo tempo appartenne allo Stato di Montoro) e a S. Andrea tramite i tracciati, attualmente -in parte- ripristinati, di “Mellino” e “Sferracavallo”. Queste vie già dalla protostoria dei tratturi dovevano essere molto importanti, in quanto costituivano lo spartiacque naturale tra la valle della Solofrana, affluente del Sarno, con quella del Sabato, tributario del fiume Calore e quindi del Volturno. Sulla cresta spartiacque delle valli, in località “Castelluccia”, si connettevano i vari casali con i rispettivi culti. S. Rocco ha devozione a Banzano e Cesinali e la predetta tavola lignea dimostra il legame tra S. Andrea e Banzano. Nella chiesa banzanese, si eresse la confraternita di S. Rocco e S. Sebastiano il 10 gennaio 1529 e la confraternita del Rosario il 7 giugno 1601. Dal Repertorio delle visite pastorali compiute dall’Arcidiocesi di Salerno nel XVII sec., al suo interno già risultavano le cappelle di S. Maria dell’Arco e di S. Maria la Bruna. Tali devozioni lasciano presumere che in tale epoca ancora insistevano nel montorese ruderi del grande acquedotto  voluto dall’imperatore Claudio nel I sec. d.C. e realizzato dall’architetto Cocceio per convogliare le acque del Serino, attraverso la piana montorese-nocerina, verso Baia di Pozzuoli ove era di stanza la flotta romana del Tirreno. Infatti nel XVI si sviluppa il culto,  ancora tenuto dalla famiglia domenicana, della Madonna dell’Arco o Madonna Bruna (forse per un certo scolorimento dell’immagine). La tradizione vuole che, a causa di un iniziale atto sacrilego perpetrato su una figura di Vergine con bambino, effigiata su un diroccato arco dello stesso acquedotto attualmente inglobato nel Santuario di Pomigliano di Napoli, si producesse il miracolo delle lacrime sgorganti dalla stessa figura della Vergine. Qualche storico ha voluto intravedere nei pressi di Pandola di Mercato S. Severino ancora qualche reperto dell’antico acquedotto Claudio. Ma più probabilmente nel corso dei secoli la struttura è stata pazientemente smontata per ricavarne abitazioni. Unico esempio della grandiosità dell’opera rimangono, pur in estremo degrado, i “Ponti rossi” di Napoli e la “piscina mirabilis” di Baia. Dal Repertorio delle visite pastorali della Arcidiocesi di Salerno si evidenzia inoltre che, nel 1625, la chiesa di S. Rocco del casale Banzano è “tenuta con diligenza”; che l’addetto è il sacerdote don Franco di Contrada, il quale non vi può celebrare messa senza il regolamentare permesso del suo Superiore: il vescovo di Avellino.

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LA CHIESA DELL’IMMACOLATA

NEL RIONE TUORI DI BANZANO

Nei primi anni ’60 dello scorso secolo una radicale trasformazione edilizia sconvolse l’assetto medievale del rione Tuori di Banzano. Infatti vi si accedeva attraverso un arco che collegava la già ricordata chiesa di S. Maria di Costantinopoli con il palazzo della famiglia Balsamo che aveva patronato sull’edificio sacro. L’ultimo discendente: Luca Balsamo nacque in Banzano il 12 maggio 1817, fu ferito nella battaglia di Goito l’8 aprile 1848 (ricevette un vitalizio con l’unità d’Italia) e  fu sindaco di Montoro Superiore dal 1873 al 1875. Senza figli, legò l’eredità della chiesa alla famiglia della sorella Mariangela sposata con Giuseppe Salerno. Il figlio di quest’ultimo: Filippo sposato con Maria Grazia Galdieri di Fisciano tra altri figli derivò Elvira consorte di Enrico Ringoli. Da tale unione si ebbe  Ettore, Elena e Emma. Fu proprio Ettore Ringoli a mettere in salvo, al momento dell’abbattimento della chiesa, gli arredi, i paramenti e la maestosa pala d’altare raffigurante la Madonna di Costantinopoli, ricoverandoli nella chiesa dell’Immacolata anch’essa all’epoca di proprietà della famiglia Salerno tramite l’asse ereditario della famiglia Balsamo. È bene tracciare, per fini storici, un breve profilo dell’ammiraglio medico Ettore Ringoli. Nacque a Banzano il 15 marzo 1911, vi morì nel 2001. Laureato in Medicina e Chirurgia col massimo dei voti, intraprese la carriera sanitaria nella Marina Militare. Durante l’ultimo conflitto mondiale, nella notte fra il 14 e il 15 marzo del 1941, la nave ospedale “Po”, sulla quale egli era imbarcato, fu silurata dagli inglesi a largo di Valona. Si salvò nuotando nelle fredde acque albanesi per otto ore e affidando la sua vita all’Immacolata che, nella chiesa a Lei dedicata, aveva imparato a conoscere già dall’infanzia. Scampato miracolosamente alla morte coltivò sempre il Voto alla Vergine con continui restauri della  chiesa del rione Tuori. Poté così operare il salvataggio di quanto proveniente da S. Maria di Costantinopoli e, successivamente al sisma dell’80, per danni comunque non irreparabili alla chiesa dell’Immacolata, ricoverò e restaurò gli arredi sacri e le opere d’arte di entrambi gli edifici sacri presso la propria abitazione. La figlia Caterina Ringoli  assieme a suo marito, colui che scrive queste note, ha reso tutte le dotazioni delle due chiese, realizzando in tal modo, compiutamente,  gli auspici e il Voto del padre di Caterina fatto alla Vergine Maria. Inoltre la stessa, assieme agli altri eredi della famiglia, si è resa promotrice della donazione dello stesso edificio sacro alla Parrocchia di Banzano avvenuta nel marzo del 2003 (Rev. Parroco don Benito Crocetta). Il 10 settembre 2008 si costituì un Comitato per il restauro della Chiesa dell’Immacolata Concezione, avente lo scopo di ripristinarne  il Culto con decoro e piena leggibilità storica tenuto conto dell’immissione di quanto proveniente da S. Maria di Costantinopoli. Una tavola riassuntiva di quanti hanno, gratuitamente, prestato la loro opera, offerto o donato, è stata posta, a perpetuo ricordo, all’interno della chiesa.

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EPILOGO

   Nel territorio del Casale di Banzano la pubblicazione “Salerno Sacra” Vol. II, ricorda ancora due chiese: S. Maria a Castello che nella visita pastorale del 23 febbraio del 1581 appare “scoperta, senza porte e piena di rovi all’interno”; e S. Nicola de la Macchia (dall’omonima contrada posta tra i casali di S. Eustacchio e Banzano). Solo una accurata ricognizione potrebbe forse permettere di individuarne i resti che probabilmente nel corso dei secoli sono stati utilizzati, inglobati e conglomerati in o per diversi scopi edilizi. Basti ricordare il convento di S. Leucio di Borgo prima  del restauro usato come stalla, oppure il degrado del reperto gotico a tre navate rappresentato  da S. Giacomo Maggiore all’Antepasso in località Pannose. È da riconoscere, apprezzare e, per quanto possibile, coadiuvare lo sforzo e l’impegno del Rev. Parroco di Banzano don Adriano D’Amore e dei suoi collaboratori, nel promuovere e sostenere il patrimonio fisico e culturale degli edifici sacri di competenza. È opera meritoria soprattutto perché dimostra la voglia di cambiare tendenza: da uno sviluppo sconsiderato e senza freni, alla ponderata e ragionata conservazione della propria storia e dunque delle proprie radici. Come già fece l’ammiraglio Ringoli, se è per il bene comune, chi può non si tirerà indietro. La chiesa parrocchiale di S. Valentiniano Vescovo appare, vista dalla collina di Tuori, come la polena della prora di una nave lanciata nell’azzurro orizzonte della piana sottostante. La rupe su cui sorge, agli antichi costruttori dovette apparire come la roccia sulle cui basi Pietro (il cui nome era Cefa) avrebbe edificato la Chiesa di Cristo. Così la vollero. Peccato per lo sfondo e si spera che l’attuale restauro  tenga conto (a dispetto di quella elettrica) della luce penetrante dai finestroni laterali. La chiesa di S. Rocco era posta lungo la strada con ampio spazio attorno (scomparso)  e rivolta ad Est secondo consuetudine. La chiesa dell’Immacolata, anch’essa rivolta verso il cammino del sole (e della luna) racconta la storia dell’abbattuta chiesa di S. Maria di Costantinopoli. Quest’ultimo culto è assai presente nel montorese a causa degli antichi monaci orientali che fin dal Concilio di Efeso del 431 proclamarono Maria “Sine macula” e Theotokos” (Immacolata e Madre di Dio). Ad Efeso preesisteva il culto della dea vergine Artemide (così come sopra Mercogliano, parthénos (Partenio) vuol dire vergine), fu lì ad Efeso, nello stesso tempio della dea pagana, chiamata anche Selene in onore della luna, che l’Apostolo Paolo proclamò Maria “Sposa Immacolata della Chiesa Universale”. Papa Pio IX, dopo l’Apparizione di Lourdes, avrebbe fissato il Dogma dell’Immacolata Concezione. Sull’altare maggiore della chiesa dell’Immacolata di Tuori si può ammirare il quadro della Madonna di chiara scuola del pittore solofrano, nato a S. Andrea, Francesco Guarini, simile alla tela “Sine Macula” conservata in cornu Evangeli (transetto di sinistra) della Collegiata di Solofra. Sembra di leggere nella mistica  della chiesa, il verbo dell’Evangelista Giovanni quando, nell’Apocalisse, evoca la “Donna” con la corona di stelle, sotto il cui tallone geme il serpente attorcigliato alla “Luna” e che ancora, mai domo, prova a mordere. Ancora compare il maligno nella chiesa dell’Immacolata questa volta schiacciato da un pregevole simulacro ligneo di un già ricordato S. Michele del XVII secolo, posto di fronte alla Pala della Madonna di Costantinopoli. Satana assume in questo caso le sembianze di un molosso, comunemente chiamato cane corso aversano. L’Arcangelo è in tenuta da centurione romano, loricato, piumato, con la spada medievale levata e ad ali spiegate, secondo l’iconografia vigente dalla raffigurazione napoletana che ne fece, nel XVI, il pittore bolognese Guido Reni. A Montoro e Solofra è possibile seguire l’evoluzione artistica della figura dell’Arcangelo Michele. Nel Santuario rupestre della Grotta dell’Angelo del Casale Preturo egli è dipinto in dalmatica sacerdotale con le ali ripiegate; in un’edicola al Casale di Aterrana non brandisce la spada bensì una stadera con la quale, come una sorta di Anubi o Ermete Trimegisto, pesa le anime dei trapassati;  sul portale della Collegiata di Solofra, la scultura lapidea rappresenta sì un guerriero ma restano le ali ripiegate; sull’altare maggiore della stessa Collegiata e nella statua di Banzano si raggiunge la versione, per così dire, definitiva. Comunque per esemplificare le tre posizioni evolutive che assume il culto dell’Arcangelo, si può ricordare  il culmine del campanile della chiesa di S. Giorgio Maggiore di Venezia in dalmatica; la nicchia nell’arco trionfale del Maschio Angioino di Napoli a spada completamente levata e il volo ad ali spiegate sulla mole Adriana o Castel S. Angelo di Roma. Le osservazioni astronomiche, il significato recondito nell’arte sacra, l’ubicazione, la funzione stessa degli edifici religiosi, non sono semplici divagazioni misteriche, ma rispondono a criteri ben precisi. Il Grande Architetto dell’universo ha manifestato nel Figlio, Cristo Pantocrator (creatore), la potenza dello spirito nella materia. Lo stesso Spirito che – Santo – si libra come la colomba del Bernini ed effonde la luce della fede nel massimo tempio della cristianità. In particolare sull’altare della Confessione allineato alla tomba dell’Apostolo Pietro, modellato col rame della cupola dell’antico Panteon pagano e con la simbologia delle colonne tortili del tempio di Salomone. Chi scrive queste note recentemente con gli amici Michele e Mario ha compiuto, per la completezza di queste note, una ricognizione, o meglio una sorta di pellegrinaggio, in località Lunara di Banzano alla ricerca di vestigia della antica cappella di S. Margherita, la vergine martire che, come raffigurata nella cappella di Borgo, schiaccia la testa al serpente. Uno scenario inatteso si mostrava agli occhi. Gli enormi alberi, perfettamente visibili dalla superstrada,  che affiancano il cosiddetto “chalet” di Cutolo sembrerebbero, ma chi scrive non è esperto in botanica, addirittura giganteschi arbusti di corbezzolo (una volta comuni nel montorese – si ricorda quelli che circondano il Santuario di S. Cipriano a Figlioli). Sono una meraviglia della natura. La stessa molte volte calpestata dall’ignoranza e dall’ingordigia umana. Si spera che, con l’aiuto di Dio, mediato dalla fede, lo zelo e il giovane entusiasmo del Rev. Parroco, coadiuvato da solerti collaboratori e dalla cristiana fiducia di tutto il popolo, la  restaurazione della chiesa parrocchiale di S. Valentiniano di Banzano, rappresenti il giusto viatico per la spirituale sintesi tra natura e arte.

 

A cura:  Dott.Luciano De Felice